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Anche la politica italiana guarda alle Midterm, tra tifo e distanza
Destra e sinistra attendono il voto
02 November 2026 — 21:506 min

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- Roma, 2 nov. (askanews) – Tra tifo e “rimozione” anche la politica italiana osserva con grande attenzione le elezioni di Midterm.
- Alle prese con qualche guaio interno (i nodi del programma da sciogliere, la formula delle primarie su cui accordarsi, i centristi in ordine sparso), rinvigorito dai risultati dei voti in Serbia e soprattutto in Brasile, ma con il rischio di restare “orfano” del campione europeo Pedro Sanchez, il centrosinistra italiano parteggia naturalmente per i democratici alle elezioni Usa. Che poi tra i rappresentanti dell’Asinello ci siano politici con posizioni diverse e spesso distanti dalle varie anime e tradizioni progressiste italiane è un altro discorso.“Penso e spero che Trump pagherà un prezzo alto alle prossime elezioni di Midterm, perché è un presidente che aveva promesso di mettere fine ai conflitti e di migliorare le condizioni economiche degli americani”, aveva detto a maggio la segretaria del Pd Elly Schlein, che proprio in quel mese, dopo la stretta di mano con Barack Obama in Canada, ha incontrato Bernie Sanders in un lungo colloquio, a margine del Salone Internazionale del Libro di Torino.
- Certo Sanders – al pari di Alexandria Ocasio-Cortez – con le sue proposte di sinistra-sinistra (tra cui la wealth tax, la patrimoniale per i super-ricchi) non può piacere all’ala riformista del partito che guarda piuttosto agli esponenti centristi dei Dems. La parola patrimoniale, invece, è miele per Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Avs. Il leader di Sinistra italiana non ha mai fatto mistero dell’avere il senatore del Vermont come un punto di riferimento. Così come apprezza Abdul El Sayed, candidato in Michigan, il sindaco di New York Zohran Mamdani, Donavan McKinney e Sam Forstag. Matteo Renzi, naturalmente, auspica la sconfitta di Trump. Quanto ai modelli, però, ha sepre volato alto: “Sono cresciuto sognando Kennedy, Clinton, Obama”, ha detto più volte.
- Nel centrodestra, sull’America è sostanzialmente calato il silenzio. Dopo le pesanti critiche (e offese) lanciate nei mesi scorsi dal presidente Usa all’indirizzo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la linea Palazzo Chigi-Casa Bianca si è molto allentata, se non sostanzialmente interrotta. Non sono più i tempi della presunta “relazione speciale” tra i due: meglio mantenere la distanza di sicurezza dal tycoon, pur cercando di non rompere il rapporto fondamentale con gli Stati Uniti. Del resto il ruolo istituzionale impone di evitare litigi, nella sostanza ma anche nelle dichiarazioni pubbliche, anche in vista del G20 di Miami di dicembre che – a maggior ragione in caso di sconfitta di Trump – rischia di essere complicatissimo.
- Meloni è tornata sul tema del rapporto con Trump proprio nei giorni scorsi, rispondendo a una domanda di Bruno Vespa per il nuovo libro del giornalista televisivo. E la risposta è stata molto diplomatica. “Non mi pento di essere stata molto vicina al presidente Trump all’inizio del suo secondo mandato. Perché farlo significava difendere l’interesse nazionale”, ha detto, archiviando di fatto quella fase del rapporto. “Ho avuto – ha proseguito – un buon rapporto anche con Joe Biden e sono stata criticata anche per questo. A maggior ragione era naturale lavorare per costruire una relazione ancora più stretta con gli Stati Uniti una volta eletto Donald Trump”.
- Peraltro, ha rivendicato, “quella vicinanza è stata davvero utile e anche molto apprezzata da tanti governi europei perché ha aiutato a tenere aperto il dialogo euro-atlantico anche nei momenti di maggiore incomprensione e anche a ricondurre nel giusto ambito, quello della Nato, problemi complessi come la Groenlandia e la sicurezza dell’Artico. Tutte cose utili all’Italia, all’Europa e all’Occidente. Tutte cose che rivendico e che rifarei”.Tra gli alleati, se Antonio Tajani, da ministro degli Esteri, coltiva i rapporti con l’amministrazione Usa, da esponente politico si guarda bene dall’entrare nella partita. Totale “rimozione” per la Lega di Matteo Salvini.
- Dall’iniziale entusiasmo MAGA, con tanto di sostegno al conferimento del Nobel per la pace al tycoon, il leader leghista ha preso da tempo le distanze dal presidente Usa. Prima difendendo Meloni, poi mettendo paletti sulla questione iraniana: “Trump? Sono amico degli Usa, ma bisogna fermarsi finché siamo in tempo”, aveva detto a questo proposito nell’aprile scorso. Poi sostanzialmente il silenzio: la politica estera del vicepremier leghista, essenzialmente, riguarda l’Ucraina, con le critiche al sostegno ‘senza se e senza ma’ a Kiev: “Mi darete il mandato di portare al Consiglio dei ministri la posizione chiara della Lega, non possiamo continuare a mandare soldi e armi”, ha detto al congresso del Carroccio, salvo poi fare un mezzo passo indietro.



