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Giappone, Cina furiosa su nuove carte segrete santuario Yasukuni

Svelate da inchiesta NHK, mettono in nuova luce eventi dopoguerra

16 October 2026 — 05:156 min
Giappone, Cina furiosa su nuove carte segrete santuario Yasukuni
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  • Roma, 15 ott. (askanews) – Documenti interni rimasti riservati per decenni ricostruiscono il processo che portò il controverso santuario Yasukuni di Tokyo a includere, nel 1978, tra le figure oggetto di culto 14 dirigenti politici e militari giapponesi incriminati per crimini di guerra di classe A, tra cui l’ex primo ministro Hideki Tojo. Un’inchiesta della televisione pubblica NHK, basata su circa 18mila pagine di documenti e registrazioni di riunioni, ha rivelato nuovi particolari sulla collaborazione tra il santuario e le istituzioni statali giapponesi, sulle resistenze interne e sulla decisione di mantenere segreta un’operazione destinata a diventare uno dei principali motivi di tensione con Cina e Corea del sud.


  • L’inchiesta, trasmessa nei giorni scorsi, ha suscitato oggi la dura reazione di Pechino. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha accusato le autorità giapponesi di avere consapevolmente nascosto un’operazione politicamente compromettente. “Questi criminali di guerra di classe A sono stati i principali responsabili della guerra di aggressione condotta dal militarismo giapponese e hanno le mani macchiate del sangue dei popoli dei paesi aggrediti”, ha dichiarato, denunciando le visite dei politici giapponesi a quello che ha definito un santuario che di fatto celebra criminali di guerra.



  • La ricostruzione della NHK mostra come la separazione formale dello Yasukuni dallo Stato, avvenuta nel 1946 durante l’occupazione alleata, non abbia interrotto i rapporti con la burocrazia pubblica. A partire dal 1956, il ministero della Sanità e del Welfare organizzò un sistema di collaborazione per individuare e trasmettere al santuario i nominativi delle persone da includere nel culto. Tra i funzionari coinvolti figuravano ex ufficiali dell’esercito imperiale confluiti nell’amministrazione civile del dopoguerra.


  • La strategia prevedeva inizialmente l’inclusione dei criminali di guerra delle categorie B e C, responsabili di violazioni delle leggi di guerra e crimini contro l’umanità. Nel 1959 furono accolti i primi 346. La questione dei criminali di classe A, accusati di crimini contro la pace, risultava invece particolarmente delicata per le implicazioni politiche e diplomatiche.Nel febbraio 1966 il ministero trasmise al santuario le schede di dodici dei quattordici dirigenti successivamente inclusi nel culto. Nel gennaio 1969 rappresentanti ministeriali e dello Yasukuni raggiunsero un’intesa sull’operazione, prevedendo di non pubblicizzarla. La decisione venne tuttavia rinviata per le resistenze del sacerdote capo Fujimaro Tsukuba, contrario a procedere immediatamente.


  • La svolta arrivò nel 1978, dopo la morte di Tsukuba e la nomina del suo successore, Nagayoshi Matsudaira, ex ufficiale della Marina imperiale, critico verso la legittimità del processo di Tokyo. I verbali esaminati dalla NHK documentano le pressioni di esponenti delle associazioni dei familiari dei caduti e le discussioni interne che precedettero la decisione definitiva. Il 17 ottobre 1978 lo Yasukuni incluse nel proprio culto tutti e quattordici, tra cui i sette condannati a morte dal Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente.


  • La notizia divenne pubblica soltanto nell’aprile 1979.La presenza dei criminali di classe A trasformò progressivamente le visite ufficiali al santuario in un caso diplomatico. Nel 1985 la visita del primo ministro Yasuhiro Nakasone provocò proteste in Cina e Corea del sud. Anche l’imperatore Hirohito, che aveva visitato il santuario per l’ultima volta nel 1975, non vi fece più ritorno dopo l’inclusione dei quattordici. E, da allora, nessun imperatore giapponese ha più messo piede nel santuario considerato all’apice della filiera legata al culto imperiale nella galassie dello shinto.


  • Il coinvolgimento amministrativo dello Stato era già emerso da precedenti documenti e ricerche storiche. Il governo giapponese ha sempre sostenuto che la decisione religiosa spettasse esclusivamente al santuario, pur riconoscendo la collaborazione ministeriale nella trasmissione delle informazioni. I nuovi materiali della NHK consentono però di ricostruire più dettagliatamente il ruolo dei funzionari pubblici e degli ambienti favorevoli alla commemorazione dei dirigenti condannati.La questione investe direttamente anche il rapporto del Giappone con il proprio passato. Il Trattato di pace di San Francisco del 1952 stabilisce infatti l’accettazione delle sentenze dei tribunali alleati per i crimini di guerra, mentre lo Yasukuni mantiene una propria interpretazione religiosa e storica, nella quale i dirigenti condannati vengono commemorati insieme agli altri caduti.“


  • La storia non può essere falsificata e la verità non può essere cancellata”, ha ammonito Mao Ning, chiedendo alle autorità giapponesi di riconoscere le responsabilità dell’aggressione militare in Asia. Le nuove carte non dimostrano che il governo abbia formalmente ordinato l’inclusione dei quattordici, ma illuminano il processo attraverso il quale funzionari statali, associazioni dei familiari e autorità religiose contribuirono a una decisione rimasta segreta per anni e tuttora al centro delle controversie sulla memoria storica giapponese.