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Violenze e “sfollati minerari”, Il lato oscuro della transizione energetica
È il paradosso del cosiddetto estrattivismo verde
08 October 2026 — 21:116 min

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- Roma, 8 ott. (askanews) – Nel 2025, per la prima volta, conflitti e violenze hanno provocato nel mondo più sfollati interni dei disastri climatici e ambientali: circa 32,3 milioni contro 29,9 milioni. Un sorpasso che non significa che la crisi climatica stia perdendo il suo peso sulla mobilità umana. Al contrario, i cambiamenti climatici agiscono sempre più come un moltiplicatore di minacce, aggravando vulnerabilità, alimentando scontri con al centro le risorse naturali e contribuendo a rendere sempre più fragili territori già segnati da conflitti e disuguaglianze.
- In questa realtà si inserisce il paradosso della transizione energetica: per contrastare la crisi climatica è necessario l’abbandono delle fonti fossili e l’accelerazione dello sviluppo delle energie sostenibili, un passaggio che richiede, tra l’altro, quantità crescenti di materie prime critiche, come litio, cobalto, rame, nichel e terre rare. Minerali e metalli che devono essere estratti, lavorati e trasportati, attraverso filiere complesse, e la cui domanda sta aumentando la pressione su territori e comunità del Sud globale. Un recente studio pubblicato su Nature Sustainability, che ha mappato 5.097 progetti relativi a circa 30 minerali strategici, evidenzia quanto questa pressione coinvolga le popolazioni indigene e le comunità contadine: gran parte delle risorse individuate si trova nei loro territori o nelle immediate vicinanze. Tra i casi più emblematici, a titolo esemplificativo, la Repubblica Democratica del Congo, il Cile e il Myanmar.
- La transizione energetica può contribuire a ridurre le emissioni di CO2, ma non è di per sé una transizione giusta. In assenza di adeguate garanzie sociali e ambientali può alimentare nuovi conflitti, perdita di terre, contaminazione ambientale e dunque casi di sfollamento. È questo il tema al centro del capitolo di A Sud, “Gli sfollati dell’estrazione mineraria: le contraddizioni della transizione energetica”, contenuto nel nuovo Dossier Statistico Immigrazione 2026, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS (in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”) e che sarà presentato il prossimo 27 ottobre presso il Nuovo Teatro Orione di Roma e in contemporanea in tutte le regioni italiane.
- “La crisi climatica – afferma Luca Di Sciullo, presidente di IDOS – sta cambiando la stessa geografia del mondo e sta spingendo milioni di persone a cercare il proprio futuro lontano dalla terra in cui sono nate. Il governo delle isole di Tuvalu, conscio che l’intero Paese sparirà sommerso dall’innalzamento del livello dell’acqua del Pacifico, ha già negoziato con l’Australia un graduale trasferimento di tutti i propri cittadini. Una notizia impressionante, che apre interrogativi inquietanti: come salvaguardare i legami, la memoria e l’identità in un mondo che produce terre di scarto? E se un intero un popolo deve già prepararsi a lasciare la propria, quanto tempo rimane al resto dell’umanità per agire?
- Contrastare la crisi climatica significa anche tutelare il diritto degli esseri umani ad abitare una terra vivibile”.“Proprio per questo, la transizione energetica deve essere giusta – aggiunge Maria Marano di A Sud -. Non possiamo contrastare la crisi climatica creando nuovi sfollati dell’estrattivismo verde: persone e comunità che perdono terre, mezzi di sussistenza e legami a causa dell’estrazione delle materie prime necessarie alle tecnologie sostenibili. Troppo spesso le loro voci restano escluse dalle decisioni, segnate da profonde asimmetrie di potere tra governi, imprese e popolazioni coinvolte. Serve dunque una riconversione complessiva del sistema, capace di conciliare la riduzione delle emissioni con la tutela dei territori e la giustizia sociale. Trasparenza, accesso alle informazioni e partecipazione delle comunità sono condizioni essenziali: il costo del cambiamento non può ricadere ancora sulle popolazioni più vulnerabili, che meno hanno contribuito alla crisi climatica”.
- Il problema non è mettere in discussione la necessità di una transizione energetica, ma interrogarsi sulle modalità con cui realizzarla. La corsa alle materie prime critiche rischia infatti di riprodurre una dinamica già nota: i benefici economici e tecnologici traferiti nei Paesi industrializzati, i costi ambientali e sociali scaricati sui territori di estrazione, specialmente nel Sud globale.
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